Fatico a scrivere da almeno una settimana, da quando ho vegliato una notte lo zio scapolo che viveva con i miei genitori. Una malattia curata in ritardo, un po’ di mesi buoni, poi un’apparente influenza e il suo corpo ormai fatto di carta velina si è accasciato in dieci giorni.

È vissuto senza un amore vero, senza una famiglia sua, ma almeno non è morto solo, eravamo sempre lì, nipoti e amici, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Quella notte per me era la prima accanto a un malato, in quella “terra di mezzo” che è il confine tra la vita e la morte. Stai seduta sulla sedia e sai che per lui o per lei probabilmente non ci sarà scampo e cerchi di carpire dall'altra parte qualcosa di insondabile. Lui era lucidissimo e si sforzava di alleggerire la gravità della situazione con una battuta, una strizzata d'occhio.
Lo zio è stato generoso con me quella notte, la sua terzultima, voleva che io dormissi un po’ prima di lui perché diceva di non aver sonno. Aveva già l’ossigeno e faticava a respirare; ogni tanto mi chiedeva di bagnargli le labbra con un asciugamano imbevuto d’acqua, perché non poteva bere. Con un filo di voce mi pregava di rassettargli i cuscini e cercavamo insieme di trovare la posizione che gli alleviasse i dolori alla schiena. Dopo ogni richiesta da me esaudita, accennava un sorriso, lui così burbero. A un certo punto mi ha chiesto un omogeneizzato che in realtà era una specie di gelatina di frutta conservata nel comodino. Non dimentico quel guizzo di piacere nei suoi occhi mentre lo imboccavo perché stava deglutendo qualcosa di fresco. La mattina quando arrivò mio cugino a darmi il cambio mi disse “grazie Mariella” con uno sguardo riconoscente.
E io continuo a pensare a quella notte e alla comunicazione verbale e non verbale tra me e lo zio con il quale non avevamo quasi mai dialogato in tutta la nostra vita.
Ciao zio Ambrogio, mentre scrivo mi rendo conto che oggi è il Venerdì Santo.
2 Aprile 2010