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Addis Abeba andata e ritorno
Addis Abeba non è più la città dei boschetti di eucalipti verde chiaro descritta negli anni Settanta da Ryszard Kapuściński nel suo bel libro "Ebano".

Oggi è una città di due, tre  milioni di abitanti (il censimento è arduo da queste parti) dallo svilupppo urbanistico sconnesso e con un tasso di inquinamento e di povertà molto elevati. Simile nelle sue forme a molte capitali del terzo mondo, qui vivono quasi tutte le quaranta famiglie, la maggior parte composte solo da bambini e ragazze madri, che seguiamo con Selam Ethiopia da quasi cinque anni.

Sono stata lì a casa dell'amica italo etiope Laura Musso che segue la nostra associazione e conosce da vicino famiglie, case, problemi, risultati. Ho avuto la fortuna di  conoscerle quasi tutte durante la visita medica periodica organizzata presso la scuola di Laura frequentata da molti dei nostri bambini e dove ha anche sede la nostra associazione.  Di molte famiglie ho visitato le misere case, ho ascoltato le storie; di tutte ho messo a punto insieme a Laura e al nostro staff in loco, Selam e Bayoush progetti e obiettivi per il 2010 e oltre.

Sono tornata con il mal d'Africa e non certo a causa di savane e tramonti che non ho visto. Pensavo di rimanere colpita dai bambini - tutti bellissimi e allegri anche quelli più poveri (mistero!) - e invece a pochi giorni dal rientro mi porto nel cuore lo sguardo delle molte ragazze madri che hanno storie terribili alle spalle, abusi, gravidanze a 13 anni, una vita passata in stanze minuscole di fango e lamiera. Quando piove vi entra di tutto, oltre agli scoli: pulci, scarafaggi, topi, e quant'altro.

Ho visto e annusato la miseria, la solitudine, e anche la fame. Una nota positiva: nelle case e famiglie che seguiamo da anni c'erano sorrisi, profumo di cibo e caffe. In alcune di quelle nuove - appena segnalateci dalla Questura di zona - all'ora di pranzo non c'era nulla da mangiare. Una nonna ha avuto una crisi di asma mentre visitavo la sua casa e ho dato i soldi alla mia brava "guida" Selam per comprarle il ventolino. In altre due case ho stretto la mano a due madri ammalate di Aids: le seguiamo da tempo e ci sono riconoscenti perché riusciamo con medicine adeguate ad alleviare le loro sofferenze.

Che sia chiaro, non sono diventata improvvisamente una novella Madre Teresa di Calcutta ma ho sempre pensato che ogni tanto devi fermarti e restituire in qualche modo quello che hai ricevuto. E quando decidi di fare un'esperienza di dono, e sul posto, devi farla fino in fondo.

Ho letto che facciamo parte di una piccola percentuale di privilegiati (10% circa) nel mondo che vive con l'85% della ricchezza totale del pianeta (Ricerca Onu). Dovremmo sempre tenere a mente questo dato. Anche se laggiù ho compreso meglio che non possiamo combattere la miseria che affligge miliardi di persone nel mondo; ma conoscendo le storie dei singoli possiamo metterci in moto più facilmente. Per me, per noi, i miei amici di Selam Ethiopia, ha senso aiutare e rendere indipendenti qualche decina di famiglie. Almeno per ora.

Non credo nell'assistenzialismo (anche se do del denaro a qualche piccola associazione ogni volta che succede qualche catastrofe nel mondo), non mi ha colpito particolarmente la moltitudine di mendicanti che ho visto sulla strada. Spesso queste persone non vogliono fare nulla per cambiare la propria condizione. Io credo nell'uomo che si mette in moto e che ha la forza di riscattare la propria vita anche se è nato in una stalla. E non penso a Gesù Cristo.

I progetti che ho contribuito a mettere a punto nella nostra sede ad Addis Abeba (e che domani sera discuterò con le mie amiche e socie a Milano) mirano alla dignità delle persone e riguardano:

- il supporto scolastico dove possibile fino alla decima classe (poi se i ragazzi sono meritevoli possono andare al college e con una borsa di studio all'università); se sono somari andranno alla scuola professionale a imparare un mestiere;

- l'assistenza sanitaria garantita per noi gratuitamente dalla straordinaria dottoressa Meretech (ha studiato a Cuba durante il regime comunista di Menghistu come molti altri giovani etiopi di quegli anni);

- i corsi professionali per le madri perché nel giro di un anno possono prendere un diploma e lavorare come parrucchiere, cuoche, cameriere, sarte. Quando guadagnano diventano indipendenti ed "escono" dal nostro progetto.

Su questo ultimo punto crediamo molto, perché lo sviluppo e la dignità di una famiglia passa dal lavoro, come da noi d'altronde.  Me lo ha confermato Tsega, una giovane ragazza madre che sa un po' di inglese e che mi ha detto: Vi ringrazio moltissimo, farò di tutto per avere buoni voti al mio corso di cameriera. Vorrei trovare un buon lavoro perché non voglio essere un parassita.

Ora chiudo il post sull'Etiopia e la mia esperienza umanitaria che ripeterò l'anno prossimo. Devo rientrare, seppur a fatica, nel mio mondo e rimettermi al lavoro nel mio settore, quello della comunicazione e delle relazioni pubbliche e della docenza. Mi aspettano due bei corsi a San Marino e al Master Mimec della Bocconi. Sento molte più energie di prima.

Attorno a me tanti occhi che mi hanno sorriso, tante mani che ho stretto e nelle orecchie gli schiamazzi dei bambini a scuola e i loro saluti in inglese (sì perché lì, in alcune scuole, iniziano con l'inglese prima di noi, fin dall'asilo). E ancora sento il profumo dell'injera, il loro pane quotidiano ricchissimo di ferro e di sostanze preziose per chi mangia così poco.

Qui una scelta di foto con persone che sorridono, quasi tutte, perché gli etiopi sono prima di tutto un popolo bello e orgoglioso.

PS   Aiutare una famiglia ad affrancarsi dalla miseria costa poco per noi italiani. Anche 20 o 30 euro al mese per loro fa la differenza. Chi volesse contribuire anche con poco clicchi qui. Tutti i soldi delle donazioni vanno in Etiopia per coprire i nostri progetti. Le nostre spese di gestione sono minime e anche il mio viaggio l'ho pagato io. Soldi ben spesi!

A proposito di intraprendenza africana ho appena letto su Apogeonline questo bel articolo dal titolo Ci ho provato e ce l'ho fatta: una storia d'Africa


8 Marzo 2010







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mariella.governo