Un’immagine rosa e rosea di Milano che stride con la vita di tutti i giorni. Finta da dare fastidio. Quasi come quell’annuncio pubblicitario del 2008 che invitava a visitare Napoli, “ricca di fascino e tesori nascosti” quando le fotografie della città coperta di spazzatura e di topi erano sulle copertine di tutti i giornali del mondo.

Una grande magnolia con i fiori rosa e il Duomo sullo sfondo, troneggia sull’
opuscolo inviato recentemente alle famiglie dal Sindaco Letizia Moratti, in scadenza di mandato: è un fotomontaggio anacronistico (siamo in autunno!) che mette ancor più in luce la distanza tra ciò che si vuole comunicare e la realtà. All’interno l’opuscolo illustra le iniziative realizzate dal Comune per rendere Milano vivibile, efficiente, sicura. E un po’ più gentile mi chiedo? Un po’ meno infelice?
È stata fatta un’indagine per capire a che punto sia arrivato il livello di malessere psico-fisico che è sotto gli occhi e nel cuore di tanti?
Non entro nel merito di numeri, dati, iniziative. Rifletto sul mio rapporto, da milanese, con Milano, che ho lasciato da poco - ma nella quale ritorno spesso. Con distacco - è normale credo - ne osservo
i progressi in altezza, quella dei nuovi grattacieli dell’area Garibaldi, e i regressi nell’attitudine delle persone. Sembra che una
pandemia d’infelicità e cattiveria stia colpendo ampie fasce di persone. Lo noto io, me lo confermano le amiche che vivono la città ogni giorno, lo leggo nelle lettere che i lettori scrivono ai giornali. Me lo racconta mio figlio quando, fermo in bicicletta a un semaforo, una mattina, riceve uno schiaffo da un motociclista perché, a causa di un colpo di tosse aveva sputato per terra (certo non avrebbe dovuto farlo!). Era turbato soprattutto per la cattiveria che aveva colto negli occhi del motociclista.
Non credo che Milano abbia più problemi di tante altre città del mondo in questa fase difficile. Come le altre città è fatta di gente che combatte ogni giorno tra mille problemi e obbiettivi da raggiungere.
Ma Milano ha fatto il pieno, è sempre più insofferente e mal disposta: insulti, spintoni, gesti sgraditi, un malessere diffuso che cogli nelle facce della gente sull’autobus, al supermercato, nei negozi.Una settimana fa, al ristorante, ho lasciato inavvertitamente la mia borsa piena di libri su una sedia vicino al tavolo dove stavo mangiando con un’amica. È arrivato un signore che mi ha fatto capire con uno sguardo risentito che la sedia era la sua. Ho sorriso e mi sono scusata come si fa in questi casi. Lui è diventato ancora più buio e mi ha risposto con un ringhio. Poco dopo in macchina, ferma a un semaforo per un nanosecondo in più del consentito a Milano, un signore vestito di nero, alla guida di un’auto nera coupé, con il telefonino all’orecchio, mi ha alzato il dito medio della mano con un sussulto rabbioso.
Quando ti succedono queste cose – dettagli se pensi alle violenze vere che accadono – diventi triste, ti senti colpevole per qualcosa di indefinibile che hai fatto! Cosa esattamente? È come se in città fosse calato un sipario grigio che nasconde gli aspetti piacevoli che continuano a esserci: alcune vie meravigliose del centro e qualche negozio che rimane immutato nella qualità e nella gentilezza dei proprietari. E altro ancora.
Forse tutto è iniziato quando le persone hanno perso l’abitudine di dire quelle tre paroline semplici, grazie, prego, scusi, due sillabe ciascuna, che sembrano dimenticate nel linguaggio comune. Pura formalità? Non credo: queste parole sono la nostra prima interfaccia con gli altri. Mi vengono in mente gli indiani e i filippini che, nelle peggiori disgrazie, sorridono sempre.
Poi a volte i miracoli accadono: dietro un gesto che appare sgarbato si nascondono persone per bene. Ieri in un bar dalle parti del Tribunale chiedo gentilmente (spero!) a un giovane signore di farmi posto davanti al bancone affollato del bar per bere il cappuccino che avevo ordinato. Inavvertitamente la mia borsa, grande devo ammetterlo, lo sfiora. Lui mi risponde male. Dentro di me penso:
Ci risiamo con la pandemia da infelicità! Questa volta però rispondo per le rime e gli chiedo scocciata:
Ma perché a Milano state diventando così cattivi? Lui mi risponde ancora più seccato, io ricalco e mi sposto amareggiata dall’altra parte del bancone.
Vado a pagare alla cassa e trovo una sorpresa: il giovane signore, cliente abituale in quel bar, mi aveva offerto il cappuccino. Stupita ma compiaciuta per il gesto, lascio al barista un biglietto di ringraziamento per lo sconosciuto signore. A casa, e ancora più sorpresa, trovo questa mail che qui riporto:
Sono davvero contento per il bigliettino riconciliante che mi ha lasciato …Non sono solito fare queste discussioni e mi sono vergognato da morire. Mi scuso con tutto me stesso per l’accaduto. Mi ha colpito quando ha detto che a Milano c’è questa cattiveria latente; è quello che predico io da 8 anni cioè da quando sono arrivato qui, una cattiveria mista a inutile frenesia che si riversa in ogni cosa, alle file dei market, nei bar (ops), ai semafori e via discorrendo. La pensiamo allo stesso modo e forse per questo eravamo mal disposti …Le chiedo ancora scusa e se ricapita in zona (io lavoro qui!) sarei onorato di bere un caffè con Lei.Dietro l’apparenza di una Milano scortese si nascondono le anime belle e i giovani gentiluomini che sanno trasformare un incidente relazionale in un’opportunità di buona comunicazione.
Spero che Annamaria Testa mi conceda l’uso di un suo felice messaggio pubblicitario, abusato di questi tempi in svariate campagne.
Grazie, prego, scusi: passaparola.Sul tema belli gli articoli di:
Beppe Severgnini
L'Italia aggressivaMaria Luisa Agnese
Viva la cura della gentilezzaSu Milano leggi anche:
La Milano di Bonvesin della RivaCommenti ricevuti
Rietta Carissima ho letto molto volentieri il tuo pezzo perchè ogni giorno è come lo descrivi tu. Purtroppo dipende dal sovraccarico di attese che tutti noi poi ad un certo punto gettiamo fuori con rancore o rabbia fuori dalla media di un tempo.
Difatti dici o dice 'eravamo mal disposti entrambi' . Lo siamo tutti perchè sappiamo che la gentilezza è un optional raro.
E' veramente strano come ci si debba concentrare per essere ben disposti e pazienti, come una conquista di civiltà. E credo che lo sia davvero. Noi non siamo inglesi, non abbiamo mai saputo fare le code, mai rinunciato al 'lei non sa chi sono io' , avanti dottò, ecc.
Rifletto spesso sulla gestione della complessità e come sia fragile e fondata sulla bravura di chi fa semplicemente bene il proprio lavoro nelle migliaia di gangli di cui è composto ciascun sistema: scuola, salute, trasporti,ecc.
Ci dobbiamo affidare agli altri e siamo sempre più sospettosi e meravigliati quando oltre al funzionamento troviamo un approccio cortese. Non ho tempo di stare ancora al computer ma ricordami di raccontarti il mio incidente d'auto vicino al Palazzo della Regione. Baci
8 Novembre 2009