Scriveva Baudelaire: "Non so quante volte tu mi hai parlato della mia facilità. Facilità a concepire? O facilità a esprimere? Io non ho mai avuto né l'una né l'altra e deve saltare all'occhio che il poco che ho fatto è il risultato di un lavoro doloroso." (*) Se questo era il pensiero sulla scrittura di Charles Baudelaire (contenuto in una lettera scritta a un amico), anche noi possiamo consolarci. Che dire delle nostre difficoltà quotidiane di mettere nero su bianco, o più modernamente, tasto su schermo, uno scritto? E di far conciliare l'ispirazione con tanto sudore e fatica?

La scrittura, lo sappiamo, non è un processo automatico per l'uomo (gli aborigeni australiani, e non solo loro, ne fanno ancora oggi a meno) e richiede l'apprendimento di alcune tecniche che non si limitano all'ortografia e alla sintassi imparate a scuola.
Le moderne tecniche di scrittura ci consentono di rendere più efficace una lettera o una relazione, ma come tutti sappiamo nelle aziende sono rari i corsi di aggiornamento su questi temi.
Tutti pensano di saper scrivere e quindi non ritengono di doversi aggiornare. In realtà assimiliamo in modo passivo gli "stili" riconosciuti e accettati come validi nel mondo professionale in cui operiamo: c'è uno stile di scrittura dell'uomo marketing, del direttore finanziario, dell'assistente legale o del delegato sindacale. Questi stili (o non stili) hanno in comune un modo di scrivere ridondante, faticoso, spesso confuso. Oggi,
in una nuova "età dell'oro" per la comunicazione scritta, dobbiamo fare tabula rasa dello stile accademico e burocratico che pervade la maggior parte della scrittura aziendale.
Di fronte a uno schermo, con un collegamento Internet e l'email, sembra tutto più facile e apparentemente senza regole. Ma vedremo che non è così. Anche Baudelaire con Internet avrebbe fatto meno fatica (non sappiamo però con quale conseguenze sulla sua arte, ma questa è un'altra storia).
Il Dna iper-complesso della nostra scritturaLo abbiamo assimilato sui banchi di scuola, dimenticato in quattro o cinque anni di studi universitari compiuti all'insegna degli esami solo orali, rispolverato a fatica nelle tesi di laurea e trasferito poi in blocco nella letteratura aziendale, in relazioni, circolari, articoli per le newsletter interne.
Quel modo di scrivere - per dirla con Vittore Vezzoli - "vieppiù complesso"
che piaceva tanto al nostro vecchio insegnante di italiano che ci aveva raccomandato di scrivere un testo partendo dalla premessa, infarcita di un linguaggio altisonante per dimostrargli quanto avevamo studiato.
Oggi, pur sapendo che la moderna comunicazione scritta ha nuove regole,
noi continuamo a seguire spontaneamente i pensieri complessi che ci allontanano dalla frase semplice e chiara e ci fanno scrivere "attivare l'accensione dell'impianto termico" invece di "accendere la caldaia". Oppure ci fanno iniziare una lettera con "Egregio signore, la presente per informarla..." e ancora "Vi significhiamo il nostro disappunto" invece di "Ci spiace ma...".
Quando la parola va in reteNella comunicazione online cambiano i riferimenti e le ragioni dello scrivere. Il nostro target non è più l'individuo (o la nostra professoressa d'italiano) ma un pubblico eterogeneo. Non si tratta più di esibire il nostro sapere ma di
trasmettere idee, progetti, competenze. Per essere compresi da un pubblico più ampio, questi richiedono differenze sostanziali nella costruzione sintattica, nelle scelte lessicali, nella lunghezza dei testi. Nell'era di internet sembra necessario recuperare una nuova retorica (più agile di quella classica) per comunicare in rete.
Ricordiamoci che oggi
l'interfaccia tra noi e la rete è lo schermo che mediamente è molto più piccolo di un foglio A4 e affatica la vista più del supporto cartaceo.
Le regole della lettura sono spietate e ben lo sanno uomi e donne di marketing e di comunicazione. Se un testo non cattura l'interesse del nostro lettore nelle prime righe viene cestinato. Su Internet la selezione è maggiore: se una email, o una pagina web non colpiscono l'interesse in pochi secondi, il nostro internauta clicca altrove. La concorrenza in rete è spietata e noi abbiamo perso tempo, denaro, potenziali clienti.
La rete è un media attivo e un suo uso passivo (l'ho scritto su carta e lo metto sul sito) ci penalizza. Sul tema il l sito e il blog di
Luisa Carrada offrono i migliori approfondimenti sul tema.
Lo stile giornalistico aiutaNon si inventa uno "stil novo" in poco tempo. Guardiamo prima di tutto ciò che abbiamo a disposizione.
Lo stile giornalistico, nella sua essenza, è uno dei modi di scrivere che si adatta meglio alla comunicazione online. O meglio, in rete funzionano a pennello le
regole della scrittura giornalistica: sinteticità, frasi brevi, utilizzo di termini di uso comune.
Anche qui vale l'invito a semplificare evitando lettere maiuscole, complementi indiretti che affaticano la lettura, avverbi in eccesso e tre o quattro subirdinate prima del punto, giusto per fare qualche esempio.
La punteggiatura, precisa e abbondante, è fondamentale per farci leggere. Ricordiamoci che oggi molti testi vengono tradotti in inglese e non lamentiamoci se la traduttrice confonde i soggetti con i complementi, perchè soffocati in una frase mediamente di cinque o sei righe.
C'è una regoletta americana, un po' maschile, ma che fa al caso nostro: "Il comunicato stampa deve essere come un bikini, abbastanza piccolo per suscitare interesse e sufficientemente grande per coprire l'indispensabile." Tutta la moderna comunicazione scritta aziendale (su carta o online) dovrebbe attenersi a queste regole.
L'attacco, o il lead, è determinante: nelle prime righe bisognacatturare l'interesse del lettore magari anche con una frase ad affetto o una citazione.
La regola delle 5w (who, what, when, why, where), indispensabile nella scrittura giornalistica,
aiuta anche un manager che deve scrivere un report o una traccia per un suo discorso. Aiuta a focalizzare l'attenzione sulle informazioni principali che vanno dette all'inizio.
Dal testo all'ipertestoSu questo tema il libro di
Franco Carlini, Lo stile del web, è stato una pietra miliare, per tanti, e per me soprattutto. Franco aveva intuito tra i primi i grandi mutamenti che stavano compiendosi nella professione e per tutti quelli che scrivono in rete.
Le parole e le frasi sulla carta sono bidimensionali, non consentono quindi molte "stravaganze": un carattere in grassetto al momento giusto o una sottolineatura fanno convergere l'occhio del lettore sulla parte essenziale del testo. Sulla rete - ed ecco che entriamo nel vivo del mutamento di linguaggio - la parola offre maggiori opportunità. La
parola può diventare tridimensionale e grassetti o sottolineature aprono strade (o voragini) impreviste.
Per chi non avesse confidenza con il concetto di ipertesto non si preoccupi: è semplice e appartiene già alla nostra cultura più arcaica. Non si inventa nulla di nuovo e anche il linguaggio ipertestuale ha origini antiche:
l'Odissea, i Vangeli, e le stesse enciclopedie sono dei grandi ipertesti. Il percorso di lettura infatti non è univoco, offre più direzioni di lettura, bivi, scorciatoie. Non siamo obbligati a leggere le avventure di Ulisse dal primo capitolo: possiamo cominciare più avanti ed è comunque una lettura affascinante.
Noi stessi pensiamo e agiamo per ipertesti, cioè pensieri e azioni interconnessi tra loro. Il termine, così come viene oggi usato, ha la sua
origine negli anni Sessanta e indica una
serie di brani di testo tra cui sono definiti dei collegamenti che consentono al lettore differenti cammini.
Scrive un ipertesto comporta nuove regole. Come ho detto prima in merito alla parola, in genere la lettura su carta è a due dimensioni, comincia dall'inizio del testo (da sinistra per noi) e prosegue senza particolarti salti (a parte le note a pié pagina).
La scrittura ipetestuale è invece a tre dimensioni (contiene link a parole e immagini, a suoni, a altri siti web). Nasce - come scriveva Carlini - una nuova sintassi della parola-immagine.
Sulla rete infatti la parola può diventare immagine perchè la pagine offre una miriade di possibilità di comunicare i propri messaggi in modo visivo con una ampia varietà di caratteri, colori, sfondi, animazioni.
Si rompe l'omogeneità della pagina, il testo viene destrutturato, fatto a pezzi. Il percorso non è più lineare, le parole prendono nuove forme e nuova vita: con sottolineature e grassetti indicano un'azione possibile (link) e possono esprimere un'emozione (lampeggiano, scorrono sul monitor, ad esempio).
In conclusione cosa posso aggiungere al testo scritto dieci anni fa e ora ribattutto per il mio sito? Che tutte le professioni fanno i conti con internet è ormai cosa scontata. Tutti usano questo mezzo ormai indispensabile come la luce elettrica. Pochi, però, ancora troppo pochi, lo sanno usare al meglio.
Basta vedere l'analfabetismo virtaule con cui la maggior parte delle persone usa l'email, solo per fare un esempio. Di strada ne abbiamo ancora parecchia da fare. Lo stile del web dovrebbe essere insegnato a scuola insieme all'uso del computer.
La frase scritta allora da Franco Carlini è oggi, purtroppo o per fortuna, ancora valida e diceva:
Stiamo tutti partecipando a un esperimento collettivo dove l'alfabetizzazione va di pari passo con la creazione dell'alfabeto. (*) Sto mettendo in rete alcuni articoli sulla comunicazione che ho scritto alla fine degli anni Novanta per alcune testate specializzate. Ho scelto solo quelli che a mio parere sono ancora attuali. Questo - riportato qui con qualche aggiornamento - era stato scritto nel 1999 per CM Comunicazione e Marketing dell'Eco della Stampa.
Sul tema Quaderno sul comunicato stampa Cara lettera aziendaleIl web 2.0 si è fermato a Eboli?13 Dicembre 2009